IL LIBRO DEL MESE: FEBBRAIO 2024

QUEL PRETE E’ DA FUCILARE DI BRUNO FASANI

libreria bonturi quel prete è da fucilare

Siamo nell’autunno del ’44, nel territorio della montagna veronese. I fascisti vanno ad arrestare Luigi. Messo in carcere e torturato, colpevole soltanto d’essere il fratello di don Antonio, anch’egli arrestato e portato davanti al plotone di esecuzione. E questo perché aveva voluto mettere al sicuro, in un convento di suore, la figlia di un noto partigiano, di cui i nazi-fascisti volevano servirsi per obbligare il padre alla resa. La potenza del linguaggio accompagna lo snodarsi degli episodi sin dall’inizio, dando spessore ai personaggi e al loro ambiente. Un quadro da cui vengono fuori valori potenti, come la famiglia, la fede, la contrada come cortile educativo, la dignità di ogni persona.

La nostra recensione: 

In questo libro l’autore ricostruisce avvenimenti storici accaduti nell’autunno del 1944, quando la guerra fratricida tra italiani seguita alla proclamazione della Repubblica di Salò insanguinava il paese, stravolgendo rapporti familiari e distruggendo amicizie di lunga data e lo fa raccontando le vicende della propria famiglia residente sulle montagne in provincia di Verona, così come tramandategli nell’infanzia e recuperate poi in età adulta dal diario dattiloscritto dello zio prete, in seguito pubblicato dall’Istituto Veronese per la Storia della Resistenza.  Con uno stile fluido e accattivante, Fasani narra gli antefatti di quei drammatici eventi, utilizzando nomi di fantasia per i personaggi, ma mantenendo intatta la toponomastica e lo spirito dei luoghi. Con accuratezza descrive l’ambiente naturale di allora, le abitazioni sparse nelle valli, le contrade, gli animali domestici e selvatici; accenna a usi e tradizioni locali, tratteggiando personaggi mitici e leggende popolari, riportando termini dialettali, ninnenanne e canzonette, in una sorta di affresco che sullo sfondo di eventi collettivi pone in risalto momenti di vita privata e cronache paesane. Nei discorsi dei personaggi si intrecciano accenni alla storia italiana dalla fine della grande guerra, piagata ulteriormente dall’influenza spagnola e dal difficile reinserimento dei reduci, e poi il fascismo, con le violenze squadriste e i primi martiri della Resistenza, lo scoppio del secondo conflitto, l’armistizio, la linea gotica, i bombardamenti degli aerei di ricognizione alleati. Su una trama descrittiva generale così composita affiora la storia particolare di una famiglia contadina, composta dai due sposi ,Luigi e Olga , dai loro quattro bambini e dallo zio prete Antonio, affiancata da altri personaggi minori del paese di Ceredo: la giovane maestra di fede mussoliniana e il suo amante camerata Alfredo, il capo partigiano Malossin, capace di atti di eroismo come di grandi crudeltà, e tutta una comunità lacerata da delazioni, tradimenti, violenze sessuali, rastrellamenti, esecuzioni sommarie, sepolture affrettate che si perpetravano tra le contrapposte fazioni di combattenti. Via via nel prosieguo del racconto, lo stile si fa più appassionato, scandendo le tappe di una persecuzione sempre più fanatica da parte dei fascisti e la coraggiosa opposizione esercitata da chi ne rifiutava la violenza: in primo luogo Luigi, padre dell’autore e suo fratello don Antonio. Entrambi imprigionati, picchiati e torturati, avevano rischiato a più riprese la fucilazione per aver nascosto la bambina di Malossin in un convento di suore onde evitare che venisse utilizzata a scopo di ricatto o come scambio di ostaggi. Il succedersi dei fatti narrati viene commentato dai protagonisti e dall’autore del romanzo con la consapevole severità di chi giudica il male incarnato nelle dittature, e sostiene il diritto di ogni essere umano di combatterlo: “La dittatura, prima di colpirti per ciò che fai , ti distrugge per ciò che pensi”, “Nelle dittature il capo finisce per diventare un idolo, avviene una sorta di divinizzazione della persona” “Le dittature, sono scuole straordinarie per risvegliare la bestia che si nasconde dentro le persone” “Il potere, quando non è servizio, diventa ingordigia…ingordigia di tutto, ma essenzialmente di cose, di soldi, di posti di comando…”, “Chi ha responsabilità di governo finisce per sentirsi onnipotente, trasformando i sudditi in marionette. Questa è la vera corruzione,il cancro che finisce per lacerare i rapporti all’interno della società”. E così anche nelle pagine conclusive del romanzo dove l’autore si sofferma su quanto è successo alla fine della guerra quando era possibile vendicarsi dei gravi soprusi subiti, nel colloquio con il suo sacrestano che vorrebbe che si facesse qualche nome perchè i fascisti non la “devono passare liscia”, don Antonio replica: “Lascia stare Mene. La giustizia arriva da sola, come le stagioni. E magari nascosta ai nostri occhi. Poi non sappiamo neppure cosa sia giustizia. Punire o perdonare? Finché ero nella caserma di Borgo Trento sono venuto a conoscenza del nome di alcuni delatori, che mi avevano accusato. Però ho fatto la scelta del silenzio e del perdono, pensando che un granellino di incenso, al duce, lo abbiamo bruciato tutti. E così alla vendetta, che divide e fomenta l’odio, preferisco il perdono che unisce e porta alla carità”.

Un romanzo che è anche un invito a riflettere sul valore della libertà e della democrazia.

 

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